Nessun manuale mi insegnava la programmazione delle macchine contabili degli anni sessanta, la imparavo guardando chi già sapeva. Come i maestri della porcellana di Sèvres passano il mestiere agli apprendisti, gesto dopo gesto. Poi Nino Migliori, nell'anno dei suoi cent'anni, ha mostrato per la prima volta una serie di fotografie rimasta chiusa per cinquantaquattro anni. Infine un cereale perenne ricresce ogni anno dalle stesse radici, senza ripartire da zero.
👤 LA PERSONA
Non è ancora il momento di mostrare le foto
Nell’archivio di Nino Migliori c’erano fotografie che nessuno aveva mai visto. Le aveva scattate, nel 1972 a colori, ad alcuni manichini di legno abbandonati.
Sono rimaste chiuse per cinquantaquattro anni. Sette di quelle immagini sono state mostrate per la prima volta a Bologna tra gennaio e febbraio 2026, in una mostra dell’Accademia di Belle Arti dentro Art City, il programma di arte contemporanea che accompagna Arte Fiera. La mostra celebrava i suoi cent’anni, compiuti il 29 settembre 2026.
Migliori ha cominciato a fotografare alla fine degli anni Quaranta, e da subito ha lavorato a modo suo. Racconta che tutto partì da una goccia di sviluppo caduta per caso su un foglio di carta sensibile, nella camera oscura di fortuna che si era allestito in casa. Da lì ha capito che un’immagine poteva nascere senza obiettivo, da un gesto. Ha lavorato sulla carta con gli acidi dello sviluppo e del fissaggio e con il calore di una fiamma. Sono nate così, nel 1948, le serie chiamate Ossidazioni e Pirogrammi.
A marzo 2026 l’Accademia di Belle Arti di Bologna gli ha conferito il diploma honoris causa in fotografia. Nel giorno del compleanno sono stati premiati i vincitori del premio fotografico che porta il suo nome, riservato a giovani tra i 14 e i 29 anni. Aveva detto che sarebbe stata la più bella festa di compleanno della sua vita, perché i giovani hanno sempre cose interessanti da dire.
Chiama questi anni i suoi primi cent’anni, con l’ironia che è ancora la sua arma migliore. Continua a mostrare il suo lavoro. Dal 10 ottobre, al Centro Saint-Bénin di Aosta, è aperta una mostra con 160 sue immagini, tra le serie più celebri degli anni Cinquanta.
Chi decide quando è arrivato il momento di mostrare quello che abbiamo custodito una vita?
Cosa puoi fare tu: cerca nel tuo archivio, tra fotografie, lettere, appunti e registrazioni, qualcosa che non hai ancora condiviso perché non avevi mai trovato l’occasione. Comincia a mostrarlo un po’ alla volta a persone che apprezzano i tuoi ricordi.
📍 IL LUOGO
Non si può smettere di fare a mano
Ci sono mestieri che sopravvivono perché qualcuno decide che non possono smettere.
Alla Manifattura nazionale di Sèvres, a dieci chilometri da Parigi, lavorano circa centoventi ceramisti, che praticano una trentina di mestieri diversi. Modellano, torniscono, dipingono e dorano porcellane, e ne producono qualche migliaio ogni anno. È una fabbrica in piena attività. Paste, colori e smalti si preparano ancora sul posto con tecniche antiche.
Nasce a Vincennes nel 1740 come manifattura reale di porcellana e nel 1756 si trasferisce a Sèvres, in un edificio costruito per lei per volere di Madame de Pompadour. Da allora i governi francesi sono cambiati molte volte, monarchia, rivoluzione, impero, restaurazione, repubblica, ma la fabbrica è rimasta e ha continuato a produrre.
Il 27 dicembre 2024 un decreto dello Stato francese ha riunito Sèvres in un unico ente pubblico, insieme alle manifatture degli arazzi, i Gobelins e Beauvais, e a quella dei tappeti, la Savonnerie. L’obiettivo dichiarato è promuovere i mestieri d’arte, cioè le competenze manuali che passano da un maestro a un allievo. Nel 2025 è nato anche un centro di formazione per apprendisti, che conta 65 giovani che a Sèvres imparano i mestieri della produzione di porcellana.
Sèvres è ancora una catena di maestri e apprendisti. Se questa catena si interrompesse anche solo per una generazione, tante tecniche rischierebbero di perdersi, perché si imparano dal vivo guardando chi le pratica.
Quante competenze intorno a noi sopravvivono solo perché qualcuno, ogni giorno, sceglie ancora di impararle?
Come arrivarci in treno: da Parigi si prende la metropolitana, linea 9, fino alla fermata Pont de Sèvres. La manifattura è in Place de la Manufacture 2. Il museo di ceramica è chiuso per lavori fino al 2030, ma la fabbrica lavora e i laboratori si visitano su prenotazione, di solito il giovedì pomeriggio. Il calendario aggiornato e la prenotazione sono sul sito sevresciteceramique.fr
💡 IL BREVETTO
Il seme che non mangia il suolo
Il grano ha un problema. Ogni autunno si semina, ogni estate si raccoglie e ogni inverno il campo resta nudo. Le radici muoiono, la terra si erode e il suolo fertile si assottiglia. L’agricoltura funziona così da circa diecimila anni, costretta ad arare e a concimare ogni stagione per far nascere le piante annuali di cui ci nutriamo.
La sfida è cambiare l’idea di partenza. Invece di piante che vivono una stagione, servirebbero piante perenni, che restano nel campo per anni e proteggono il suolo tutto l’anno.
Kernza è il nome commerciale di un cereale perenne, cugino del grano. Nasce da un’erba selvatica euroasiatica che sopravvive all’inverno, ricresce in primavera e dà raccolto per più anni di seguito, senza bisogno di riseminare. Le sue radici arrivano a circa tre metri di profondità, più del doppio di quelle del grano comune. Trattengono l’acqua, tengono fermo il terreno e portano carbonio nel suolo.
L’ha sviluppato il Land Institute di Salina, nel Kansas, un istituto di ricerca senza scopo di lucro fondato nel 1976 dal botanico Wes Jackson, partito da una domanda semplice. Perché non provare a coltivare cereali perenni, come fa la natura nelle praterie? Il lavoro su questa erba è cominciato all’inizio degli anni Duemila. Dopo vent’anni di selezione, i semi sono diventati due o tre volte più grandi di quelli dell’erba selvatica.
Il primo prodotto in commercio, nel 2016, è stato una birra, la Long Root Ale. Poi sono arrivati la pasta e, nei cereali più venduti di una grande marca americana, una piccola quota di Kernza, appena l’uno per cento.
I limiti restano reali. Il raccolto di chicchi è ancora circa un quarto di quello del grano comune, e i semi sono piccoli. Ogni ciclo di selezione lo migliora, ma la distanza non è ancora colmata.
Che cosa succederebbe se il campo di grano non dovesse più essere rifatto ogni anno?
Cosa puoi usare già adesso: in Italia non risultano punti vendita di prodotti con Kernza. Negli Stati Uniti si trovano birra, cereali per la colazione e pasta, e i siti landinstitute.org e kernza.org indicano dove. Per ora conviene seguirne i progressi.



