Spesso pensiamo che il tempo e l’usura vincano sempre. Eppure ho trovato storie che ribaltano le regole del gioco. Dalle sementi antiche salvate dai contadini con la complicità di un professore, al calcestruzzo che impara a guarire da solo grazie alla biologia, fino ad un porto che resiste sospeso a picco sul mare. Il filo invisibile che attraversa questi racconti è la scelta quotidiana di non arrendersi all’inevitabile.
👤 LA PERSONA
Il custode delle sementi
C’è un momento in cui uno scienziato capisce che il laboratorio non basta. Per Salvatore Ceccarelli quel momento è arrivato nel 1980, quando ha lasciato l’Università di Perugia e ha preso un aereo per la Siria, deciso a restare in quel territorio.
Genetista agrario, ha trascorso trent'anni negli aridi campi del Medio Oriente, non come ricercatore di passaggio ma come presenza stabile, stagione dopo stagione, accanto agli agricoltori locali. In quel difficile territorio, ha sviluppato un metodo che oggi ha un nome preciso, miglioramento genetico evolutivo delle sementi. In pratica, invece di ricevere varietà già pronte dal laboratorio, i contadini selezionano di volta in volta i semi più adatti al proprio campo, affidandosi alla propria conoscenza diretta del suolo, del clima, delle stagioni. Il risultato sono sementi quasi personalizzate per ogni appezzamento, che nessun laboratorio avrebbe mai potuto generare da solo.
Il prezioso lavoro del professore si rivela determinante quando, in Siria, i depositi centralizzati vengono distrutti dalla guerra. I magazzini industriali, con le loro riserve ottimizzate e catalogate, non reggono alle continue interruzioni dei rifornimenti, e le varietà più preziose spariscono. Le sementi che Ceccarelli aveva contribuito a distribuire nelle mani degli agricoltori sopravvivono invece nei sacchi delle famiglie contadine, migliaia di famiglie diffuse in centinaia di luoghi diversi, invisibili alle razzie e ai sistemi istituzionali che hanno smesso di funzionare. Sementi resistenti perché distribuite e produttive perché selezionate.
Oggi Ceccarelli ha superato gli ottant’anni e continua a lavorare con le comunità agricole del Mediterraneo, diffondendo un metodo costruito in quarant’anni di ricerca concreta sui campi per garantire cibo anche a chi vive in territori secchi e sassosi, dove le sementi selezionate in laboratorio non fruttano.
Se smette lui, chi porta avanti un metodo che non vive nei libri, ma nelle relazioni tra ricercatori e contadini?
Cosa puoi fare tu: Ceccarelli ha costruito quarant’anni di lavoro su un solo principio: la conoscenza di chi vive nel problema vale quanto quella di chi lo studia. Prima di cercare una soluzione a un tuo problema, cerca una persona che quel problema lo affronta ogni giorno e ascoltala: probabilmente la risposta la trovi quasi sempre lì.
📍 IL LUOGO
Un porto con il nome di una bambina
Il nome non sembra quello di un porto industriale. Suona come il nome di una bambina perché, secondo la tradizione locale e la storiografia ufficiale della Sardegna, è esattamente il nome di una bambina. Quando l’ingegnere Cesare Vecelli completò il porto nel 1924, lo chiamò come sua figlia, Flavia. Porto Flavia è un sistema di carico minerario a strapiombo sul Mediterraneo che porta il nome di una bambina.
Vecelli aveva risolto un problema che bloccava le miniere della Sardegna da decenni: come portare i minerali estratti dall’interno della montagna fino alle navi ormeggiate sotto, senza muli, senza perdite, senza sprechi di tempo e di vite. La soluzione era dentro la roccia stessa. L’ingegnere fece scavare seicento metri di gallerie sovrapposte nel promontorio. La galleria superiore riceveva il materiale dai vagoni e lo scaricava in nove giganteschi silos verticali scavati nella pietra. La galleria inferiore, con un nastro trasportatore elettrico, prendeva il minerale dalla base dei silos e lo versava per gravità nella stiva delle navi ancorate trenta metri più in basso.
Vecelli trasformò la scogliera in un imbuto meccanico: un’infrastruttura d’avanguardia che abbatté del 70% i tempi di carico, sottraendo i lavoratori alla schiavitù del trasporto manuale a spalla.
Poi le miniere del Sulcis hanno cominciato a chiudere, una dopo l’altra, e le gallerie si sono svuotate. Ma Porto Flavia resiste al tempo. Restaurata nei primi anni 2000, oggi è aperta al pubblico: si percorrono 600 metri fino alla bocca sul vuoto e sul mare, poi si torna indietro attraversando la stessa galleria. Il doppio percorso permette di rivivere la storia mineraria del territorio ascoltando storie di famiglie, turni, scioperi, strategie di sopravvivenza. La funzione umana del luogo sopravvive nella voce di chi lo attraversa e lo racconta ogni giorno.
Quanto tempo può resistere questa forma di custodia se le gallerie diventano solo un fondale fotografico e le voci che le attraversano smettono di raccontare?
Come arrivarci in treno: da Cagliari, il treno regionale per Iglesias attraversa la pianura del Campidano e le colline del Sulcis in circa un’ora, con i profili dei nuraghi visibili in lontananza. Iglesias è una città mineraria con un centro storico medievale che vale la sosta. Da Iglesias, il bus ARST raggiunge Masua e Porto Flavia in circa 30 minuti; le corse sono limitate, controlla gli orari aggiornati su arst.sardegna.it prima di partire, specie nei giorni festivi. Il momento migliore è la tarda primavera, quando la macchia mediterranea è in fiore e i gruppi di visitatori sono ancora contenuti.
💡 IL BREVETTO
La materia che si sveglia quando serve
Il calcestruzzo si fessura sempre. Non è un difetto di progettazione, è fisica: quando una struttura si assesta, quando il terreno si muove, quando la temperatura cambia, il calcestruzzo si crepa. Le fessure invisibili sono le più pericolose, perché l’acqua entra, raggiunge i ferri d’armatura, li ossida lentamente, e la struttura comincia a morire dall’interno. Il 70% delle infrastrutture europee è in calcestruzzo, e la spesa per la manutenzione di ponti, gallerie e strutture si stima tra i 4 e i 6 miliardi di euro l’anno.
Henk Jonkers, microbiologo dell’Università Tecnica di Delft, in Olanda, ha deciso di risolvere il problema non con più chimica, ma con la biologia. Il suo brevetto europeo descrive un materiale cementizio capace di riparare da solo le proprie crepe, grazie a batteri incapsulati in granuli di argilla porosa insieme a una fonte di nutrimento. Quando una crepa si apre e l’acqua vi penetra, raggiunge i granuli, scioglie i nutrienti e risveglia i batteri dormienti. I batteri consumano il lattato di calcio e rilasciano calcare, carbonato di calcio, che riempie la crepa dall’interno e si solidifica: la struttura si ripara senza alcun intervento esterno.
Questi batteri possono restare in stato di quiescenza totale per oltre 200 anni nel calcestruzzo alcalino, e resistono, incapsulati in aggregati leggeri, a temperature fino a -20°C. Il limite che sembrava definitivo, cioè che la materia inorganica non possa mai ripararsi da sola, Jonkers lo ha superato inserendo dentro il calcestruzzo qualcosa di vivo, che dorme e aspetta di essere necessario.
Il costo di produzione oggi è quasi il doppio del calcestruzzo tradizionale. Ma man mano che il costo dell’agente batterico scenderà verso l’obiettivo di circa 3 euro al chilo, il prezzo a regime dovrebbe attestarsi intorno a un 30-40% in più rispetto alle soluzioni attuali.
Cosa puoi usare già adesso: Basilisk (basiliskconcrete.com) vende già malta di riparazione biologicamente attiva per crepe esistenti e additivi per nuove gettate. Se ristrutturi o costruisci nei prossimi anni, vale la pena chiedere alla tua impresa: “Usate calcestruzzo con additivo che ripara le crepe da solo?” La risposta oggi è quasi sempre no, ma la domanda comincia a creare il mercato.



